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Foto Amrita

Negli ultimi anni, le diagnosi legate ai problemi di pavimento pelvico (ipotono, ipertono, prolassi) e di diastasi addominale sono in aumento; tante sono anche le donne che hanno vissuto un parto con taglio cesareo. Non sempre dunque è possibile portare subito dopo il parto.

Le ragioni medico-scientifiche

Una mamma porta pancia a pancia

Ad accrescere il numero delle diagnosi vi è sicuramente il fatto che l’informazione e la consapevolezza sulla salute del perineo e sulla diastasi sono, fortunatamente, aumentate negli ultimi anni. Questo ha effetti positivi sulla prevenzione, riabilitazione e quindi diminuzione di queste problematiche in tempi relativamente rapidi.

Purtroppo non si tratta solo dell’emersione di dati prima nascosti da una scarsa diagnosi, ma proprio di un incremento di questi eventi. Le motivazioni sono principalmente due: da un lato i parti in Italia sono spesso medicalizzati, con un tasso di tagli cesarei abbastanza alto rispetto al quello considerato “normale” dall’ OMS; dall’altro la vita moderna ci porta a essere sempre più sedentarie e a fare figli sempre più tardi, due cose che hanno un impatto negativo sul benessere e sul tono delle fasce muscolari.

Per una mamma che presenta problemi nel “core”, cioè nell’area centrale del corpo, è indicato portare?

Dipende dalla gravità del problema, ma possiamo dire che nel caso di cesareo, prolasso o diastasi importante, l’ideale sarebbe che la mamma non portasse, almeno nel primo mese. Essenziale è poi sempre valutare con un medico e un terapista l’entità del problema, sviluppando un percorso riabilitativo che possa diminuirne progressivamente la gravità. Anzi: la mamma che si trova in questa situazione, non solo non dovrebbe portare, ma dovrebbe stare totalmente a riposo, non sollevare pesi e non faticare. Troppo spesso, nel mondo attuale, le mamme non rispettano questo riposo perché sono sole, senza aiuti e sono costrette ad arrangiarsi come meglio possono nell’accudimento del neonato (e magari anche di fratelli più grandi) e nella gestione della quotidianità casalinga e lavorativa.

Nei casi di disturbi più lievi e/o in accordo con il proprio terapista, se la mamma ha necessità di sostenere il peso del bambino in diversi momenti della giornata, può usare un portabebé, con due benefici principali rispetto al solo tenere in braccio.

In primis, il peso del piccolo viene scaricato in diverse aree del corpo, non solo sulle braccia e sull’addome, ma anche su schiena e spalle, quindi il carico è avvertito come più lieve ed è meglio distribuito.

In secundis, il baricentro della donna si modifica solo lievemente, inficiando meno sulla postura rispetto al classico portare in braccio, sia dal punto di vista della simmetria tra i due lati del corpo, sia se valutiamo la fisiologica curvatura della colonna vertebrale; una postura più corretta aiuta a diminuire l’impatto dei problemi del core.

I miei consigli

Vediamo allora insieme quali sono gli accorgimenti da adottare per portare quando si hanno questi problemi, considerando che, in generale, molte delle indicazioni date qui di seguito possono essere valide in ottica di salvaguardia del benessere femminile nel postparto, anche in assenza di disturbi manifesti.

1. Evitare la pressione in zona addominale, per favorire una buona ripresa corporea senza costrizioni, limitare quindi i portabebé e le legature che abbiano una “cintura” che circonda l’area morbida dell’addome, “strizzandola” (incrementando quindi la pressione interna dei visceri verso il basso, a carico del pavimento pelvico);

2. Portare posizionando il bambino alto sul proprio busto: allevia la pressione addominale sia della legatura che derivante dal peso del piccolo, che dopo il parto possono risultare faticose da sopportare;

Fascia Amrita - portare dopo il parto

3. In caso di diastasi dei retti dell’addome o problemi a carico del pavimento pelvico, valutare presto il portare il bambino sulla propria schiena come una valida opzione per diminuire la pressione addominale data dal peso del bambino (anche a partire dai tre mesi, in osservazione del benessere del bambino, e comunque sarebbe sempre prefribile a partire dal raggiungimento degli 8 kg di peso);

4. Cambiare spesso il modo in cui si porta, le legature, le posizioni, in modo da allentare la pressione e allenare diversi muscoli (usare i due lati sinistro e destro, davanti e dietro);

5. Timing: iniziare portando per poco tempo e incrementare progressivamente la durata delle sessioni di babywearing (meglio per poco tempo e spesso piuttosto che una sola volta per un’ora o più);

6. Ascoltare il proprio corpo: dolori in zona basso ventre o alla schiena anche non immediati, stanchezza eccessiva a fine giornata, sensazione di peso in zona genitale, sono sintomi della necessità di rallentare.

Ancora una cosa…

Concludo solo con un piccolo parere personale, maturato in seguito agli studi che ho fatto negli ultimi dieci anni: il mantenimento dello stato di salute della donna passa dal riconoscimento e dal cambiamento di molte condizioni sociali legate al pre e al post parto, dal rispetto della fisiologia della nascita, dalla possibilità di sostegno per la neomamma e della capacità di ascolto dei genitori (di sé e dei propri bimbi).

Quanto sopra detto è, per certi versi, un correttivo di una situazione presa in carico tardivamente e non vuole trasmettere il messaggio che il babywearing sia minaccioso per la salute femminile né minare il benessere percepito portando i nostri piccoli. Anzi, portare dopo il parto può essere inteso come norma biologica (che rispetta cioè la fisiologia della maternità e dell’essere umano) e che sta aiutando tantissimi genitori a ritrovare la strada per comprendere e prendersi cura dei propri bisogni e di quelli dei propri figli.


Di Nicoletta Bressan, educatrice perinatale, consulente e formatrice babywearing

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